Come in ogni cosa una buona partenza aiuta sempre è questo vale ancor di più per un manoscritto. Dunque è fondamentale scrivere un buon incipit. A seguire un buon esempio di incipit:

Provate ad immaginare la cosa peggiore che vi possa capitare. Provate ad immaginare la vostra vita che cambia da un momento all’altro soltanto per un piccolo, minuscolo attimo di temporanea lucidità. Provate ad immaginare il buio più totale, la pioggia che vi scorre sul viso senza tregua lasciandovi intuire che non smetterà a breve,  seduti sul vostro scooter con la gomma posteriore forata, fermi in una strada isolata di cui non conoscete neanche il nome e con un simpatico uomo in divisa dal tipico accento padano che controlla i vostri documenti nella volante posteggiata pochi metri dopo di voi. E sapete perfettamente che l’assicurazione è scaduta da meno di 3 ore. Potreste pensare che stia esagerando, audaces fortuna iuvat. Sempre. Ma vi assicuro che è non è il mio caso, se alle tre del mattino fuori la porta di casa scavando nella ventiquattrore, regalatami da chissà chi in qualche occasione, ti accorgi di aver dimenticato di portarti dietro le chiavi dopo una giornata da dimenticare.
Lungo il filo dei miei pensieri adesso sono fermo ad un bivio. Potrei digitare sulla tastiera del mio cellulare il numero di mia madre, quello di mio padre sicuramente sarà spento da un pezzo, per farmi aprire la porta di casa senza disturbare l’intero vicinato. In fondo è una frase che mi ripete spesso: “Per qualsiasi cosa mamma è qui per te!”. Ad avercene ancora di donne così! Oppure come ogni persona di buon senso bussare al campanello e sperare che mi aprano. Non sarà mica la prima volta che capita a qualcuno di restare chiuso fuori casa. Ad un tratto però un gravoso dubbio fa presa nel mio cervello. E se l’improvviso rumore del campanello potesse provocare un malore a mio padre o mia madre? Non me lo perdonerei mai. Sarei anche così stupido da lasciare le mie impronte digitali sul percussore. Ma che razza di idee! Forse è meglio agire d’istinto, provo a chiamare. Cerco nuovamente nella valigetta il cellulare: documenti dell’auto, chiavi della stessa, sigarette, caramelle ed igienizzante mani per evitare la trasmissione di batteri, virus ed altri microrganismi che combatto costantemente in una guerra biologica-patologica promossa da mia madre per debellare le infezioni. Colonnello mamma in sterilizzazione di germi patogeni sempre al suo servizio, signora! Avrei fatto bene a metterlo in un’altra tasca. Finalmente lo trovo, dai che le cose cominciano a funzionare! Non l’avessi mai detto. Il telefono ha la batteria più esaurita di me, lo metto nella tasca della giacca.
Il pensiero del bivio si smaterializza dalla mia mente è lascia spazio all’unica soluzione possibile: butto giù la porta! Scherzo è blindata, provo a bussare. Il trillo del campanello rimbomba su tutto il pianerottolo. Temo che l’abbiano sentito davvero tutti. E nel frattempo mi sento piccolo come un bambino con le mani sporche dopo aver rovesciato un barattolo di marmellata. Aspetto una manciata di minuti prima che una voce sommessa dal timbro dormiente dall’altra parte della porta pronunci il fatidico: “Chi è?” ed io con tono fermo e deciso e scandendo perfettamente le parole: “Mamma sono Lello. Ho dimenticato le chiavi.” Magicamente la porta si apre davanti ai miei occhi, già mi vedevo sdraiato sul retro della mia auto con il sedile ribaltato a 180° per dormire. Mia madre con l’aria visibilmente assonnata mi chiede se tutto va bene. “Torna a letto mamma, è tutto ok.” Richiudo delicatamente la porta dietro di me. Ho già disturbato abbastanza per stanotte. Ora ho solo voglia di superare questa assurda giornata, spegnere il cervello e cadere tra le braccia di Morfeo. Dormirci sopra mi farà soltanto bene.
In un batter d’occhio sono già in pigiama pronto a compiere l’ultima azione che mi resta da fare. Apro il rubinetto del lavello del bagno e premo il tubetto del dentifricio lasciando una scia di fluoro e menta sullo spazzolino. Mentre guardo allo specchio la mia faccia completamente stravolta dalla fatica vi starete giustamente chiedendo cosa mai mi sarà capitato per ridurmi così. Dovete sapere che negli ultimi anni ne ho viste davvero di tutti i colori, sia nel privato che nel professionale. In questo periodo della mia vita sono, o a questo punto dovrei dire ero, totalmente catturato dall’incarico che mi era stato affidato. Lavoravo per uno dei più importanti agenti di spettacolo del Sud Italia. Non ero un pesce grosso, mi limitavo a prendere qualche ingaggio in attesa del grande salto. Il mio manuale di Rules of Engagement, reminiscenza di estati trascorse al campeggio scout, volto a delineare quando, dove e come le forze in campo debbano essere utilizzate, suggerisce  di accettare qualsiasi tipo di lavoro perché tutto è considerato un’occasione. Anche partecipare in qualità di presentatore a feste private e cerimonie. Facevo da spalla ad artisti affermati o semplici cantanti da piano bar.
Oggi, come ormai consuetudine del mio venerdì lavorativo, ero di scena in un noto ristorante con panorama sul golfo di Napoli. Una cosa di classe. Sono arrivato con il gruppo live sul posto, abbiamo montato le apparecchiature, effettuato il sound check e con un sottofondo soulful eravamo in attesa dell’arrivo degli sposi e degli ospiti. “Facciamo un grande applauso ai protagonisti di questa magnifica giornata. Diamo il benvenuto a Marco e Lucia!” ho esordito mentre gli sposi facevano il loro ingresso in sala, circondati da parenti ed amici che battevano le mani all’unisono. Due file di camerieri cominciavano a servire le portate di un antipasto particolarmente ricco. Ed io, con uno sguardo decisamente soddisfatto, davo il via allo spettacolo di piano bar, facendo cenno al cantante di cominciare la sua esibizione.
A metà serata con il mio radiomicrofono stretto tra le mani passavo di tavolo in tavolo raccogliendo i messaggi di auguri degli invitati, ai quali seguivano tutta una serie di applausi e brindisi interminabili. Forse di champagne ne scorreva fin troppo. In quella fase della cerimonia è importante fare attenzione a quasi tutto quello che si dice e si guarda, almeno il 40% degli invitati aveva un tasso alcolico superiore alla media e quindi una frase sbagliata o uno sguardo indiscreto nella scollatura della testimone potevano creare non pochi problemi.
Durante una pausa sigaretta si è avvicinata una bellissima ragazza. Un abito di seta con strascico lungo, nero, ed inserti in pizzo risaltava i suoi capelli mossi dal vento. Era una richiesta di dedica per gli sposi, ed io che mi ero illuso di aver fatto colpo! Le domando se volesse anche introdurla con una frase d’augurio ma mi risponde che avrebbero immediatamente capito di chi si trattava. Sono rientrato per l’arrivo del secondo piatto, bocconcini di orata al cartoccio con giardinetto di verdure, e, mentre i sapori e gli odori del mar Tirreno invadevano la sala e sensi degli invitati, ho richiamato la loro attenzione intonando la canzone richiesta dalla ragazza “misteriosa”.

Tratto dal libro “Legato alla realtà” di Fabio Still

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